GIOVANNA, STORIE DI UNA VOCE

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“Nella voce ci sono secoli di storia di una musica che non ha mai avuto rispetto a confronto della musica classica”, dice Giovanna Marini, che Wikipedia definisce cantautrice, ricercatrice etnomusicale e folklorista. Ma la regista e montatrice Chiara Ronchini sa che, come ricorda Marini, “si deve stare a sentire, piuttosto che decidere noi quello che è una persona”: e dunque nel suo magnifico documentario Giovanna – Storie di una voce lascia parlare a lungo la sua protagonista in quel suo inimitabile “raccontar cantando”, armandosi della pazienza dell’ascolto, che è l’unico modo per arrivare al cuore delle persone. La voce di Giovanna Marini, potente e lucida anche nel parlato, crea e attraversa la narrazione, assecondata dalle immagini di repertorio scelte da Ronchini che raccontano un’Italia “sottostante” fatta di operai e contadini, di campi, risaie, ciminiere, processioni a metà fra il religioso e il pagano e stazioni da cui partire, forse per non tornare più.
I materiali di repertorio dell’Istituto Luce e quelli dell’Archivio audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ricostruiscono quella società in cambiamento che Marini ha attraversato muovendosi sempre all’interno della musica.
Dapprima quella del conservatorio, poi quella della tradizione orale, facendo ricerca, raccogliendo e archiviando, per poi reinventare e riproporre il canto popolare “spostando il rito in palcoscenico” e “sottolineando le differenze nei mielisimi”. Così la studentessa della buona borghesia romana si è messa a “cantare come una contadina o una pescivendola” esponendo il potere anarchico della voce, la sua capacità di sovvertire l’ordine sociale, giacché la musica folk “spesso nel testo nascondeva la rivolta”.
Ciò nonostante Marini ha diffidato della canzone apertamente politica, perché per lei “la musica di protesta, non è interessante: i testi sono troppo diretti, non hanno nessuna poesia…parlano solo di concetti, rifiutando l’empatia con la gente”. Invece alla cantautrice “interessa soprattutto l’essere umano, l’entrare in contatto attraverso la musica”: tanto da accorgersi che “andando in giro per trovare i suoni trovavo in realtà la gente”. Gente al margine, immigrati (all’epoca soprattutto dal Sud al Nord), donne di servizio, minatori, mondine, stagionali, che popolano i dopolavoro e le Case del popolo, i centri anziani e i circoli Arci, le fabbriche e le campagne: tutti luoghi dove Giovanna ha suonato (perché è prima di tutto una musicista) e cantato, con quella voce che è uno strumento “con cui puoi fare tutto quello che vuoi”.
Dall’esperienza del Nuovo canzoniere italiano alla Casa della cultura di Milano, dal rapporto con Pasolini a quello con Paolo Pietrangeli, dall’adesione al Partito Comunista alle rivendicazioni femministe, dal viaggio in America che l’ha avvicinata a Joan Baez e Bob Dylan nonché ai talking blues, che lei ha trasformato in ballate interminabili in qualche modo antesignane del rap contemporaneo.

