LA CHIAMATA DAL CIELO

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Una ragazza incontra uno scrittore e tra loro nasce un’attrazione reciproca. Lui nasconde un passato di relazioni burrascose, che lei gli chiede di interrompere ad ogni costo. L’amore tra i due diviene nel tempo ossessione e desiderio di reciproca sopraffazione. Ma forse si tratta solo di un sogno premonitore, guidato da una voce misteriosa e onnisciente.
Girato in Kirghizistan nel 2019, concluso e montato da amici e collegh, Call of God è l’ultimo film di Kim Ki-duk, scomparso nel dicembre 2020.
Un dono postumo e inatteso, su cui occorre bilanciare il giudizio e tener conto delle difficoltà di budget incontrate dall’autore, alle prese con una profonda crisi personale e professionale seguita alle accuse di abusi sessuali ricevute da più parti.
Al di là delle ovvie differenze fenotipiche – le lingue utilizzate, prevalentemente il kirghizo, e le ambientazioni, tra Lituania ed Estonia – il film è in linea con la produzione dell’ultima fase di Kim, seguita all’autoanalisi sotto forma di mockumentary di Arirang. Dal 2011 in avanti Kim ha utilizzato il cinema come una sorta di terapia, una inevitabile catarsi e una valvola di sfogo, su cui riversare confessioni e rimpianti di una vita non priva di momenti oscuri.
Al centro di Call of God c’è ancora una volta una relazione tormentata e distruttiva, che Kim cerca di rendere esemplare dell’inscindibile legame tra Amore e Odio, sesso e perversione, possessività e autolesionismo. Un assunto ricorrente (Bad Guy, Ferro 3, L’isola), benché modulato sotto varie forme, nel cinema del regista sudcoreano, che qui prova ad asciugare ulteriormente la narrazione e astrarre, rendendo la vicenda quasi un canone di relazione malata.
I detrattori si soffermeranno sull’evidente misoginia del punto di vista di Kim, che ritrae immancabilmente uomini violenti e preda dell’istinto e donne manipolatrici e passivo-aggressive, sui vari simboli fallici presenti, o sulla fragilità e ambiguità di molti passaggi di sceneggiatura. Ma è giusto, anche perché l’autore e la sua carriera lo meritano, guardare a Call of God come a un doloroso tentativo di introspezione senza giustificazioni né filtri, come lascia intuire l’incipit – una frase di Kim Ki-duk sugli errori del passato e l’impossibilità di intervenire sul Tempo.

