Nel nome di Antea

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28 giugno
Nel nome di Antea
Una resistenza artistica raccontata con il linguaggio sobrio e secco del documentario.
Nel nome di Antea
(Nel nome di Antea)
Regia: Massimo Martella
Cast: Letizia Ciampa, Massimo Wertmüller
Genere: Documentario
Durata: 75' min. - colore
Produzione: Italia (2018)
Distribuzione: Cinecittà Luce
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“Salvare un po’ della bellezza del mondo”. Le parole di Rose Valland riassumono da sole le motivazioni di una giovane donna in prima linea durante la Seconda Guerra Mondiale. Come lei, resistente dell’arte impiegata al museo Jeu de Paume di Parigi, Fernanda Wittgens, prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera (dal 1940 al ’44), e Palma Bucarelli, sovrintendente alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma (dal 1942 al ’57), salvarono un patrimonio culturale dalla voracità nazista. Una missione delicata che mise in pericolo le loro vite e che fa di loro oggi delle eroine. E a loro, come a ogni ‘partigiano’ che si è fatto carico di tutelare il patrimonio artistico nazionale, è idealmente grata l’Antea del Parmigianino. Il ritratto frontale della giovane donna conservato nelle gallerie del Museo di Capodimonte introduce l’incredibile storia del ricovero e del salvataggio delle opere d’arte italiane nel corso del Secondo conflitto Mondiale.

Massimo Martella, lontano dall’avventurosa e ridondante caccia al tesoro dei Monuments Men di George Clooney, che recuperano in una miniera umida (anche) la nostra Antea, sceglie il linguaggio sobrio e secco del documentario per raccontare una resistenza artistica.

Non sono stati gli americani a “salvare il mondo”, a loro questa volta è toccato il ruolo di esecutori testamentari. L’autore rintraccia l’impegno discreto, appassionato e incredibilmente efficace di Pasquale Rotondi, Rodolfo Sivieri, Emilio Lavagnino, Fernanda Wittgens, Pamela Bucarelli e ancora dei monaci dell’Abbazia di Montecassino, dei sovrintendenti, dei volontari e di tutti coloro che permisero con la loro azione minuziosa e determinata di salvare milioni di opere d’arte durante e dopo la guerra. Uomini e donne d’eccezione, innamorati dell’arte semplicemente, che hanno corso innumerevoli rischi per organizzare il salvataggio delle collezioni dalla distruzione o dal saccheggio.

All’indomani dell’entrata in guerra prepararono ciascuno a suo modo e nel proprio territorio di competenza l’evacuazione di milioni di opere a bordo di vetture o di camion di grandi magazzini. Centinaia e centinaia di casse furono traslocate verso ricoveri sicuri, prima di essere ripartite tra picchi e vallate, castelli e palazzi isolati, fin sotto i letti di case private per contrastare l’avanzare dell’esercito tedesco. Per tutta la guerra, questi guardiani preziosi del tesoro resisteranno al loro posto, opponendosi agli appetiti di Göering, grande e ingordo collezionista, approfittando dell’inerzia burocratica e qualche volta potendo contare sulla protezione di ufficiali tedeschi contrari al traffico d’arte. A narrarci dei miracolosi salvataggi dei capolavori di Caravaggio, Giorgione, Michelangelo o Raffaello è la voce di Antea a Napoli a cui replica il Manzoni di Hayez a Milano.