Normal

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Normal
La regista Adele Tulli accompagna il film al cinema Zenith
Normal
(id)
Regia: Adele Tulli
Cast:
Genere: Documentario
Durata: 70 min. - colore
Produzione: Italia (2019)
Distribuzione: Cinecittà Luce
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Ci piace tanto parlare di diversità ma il concetto di “normalità” è ben lontano dall’essere chiarito. Partendo da questo spunto la regista Adele Tulli propone un documentario sui generis, un viaggio per immagini e musica attraverso gli stereotipi di genere. Presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino. Si chiama Normal e scombina un po’ le carte degli stereotipi e delle convenzioni sociali. Si parte dal concepimento e dall’infanzia, con giocattoli per femminucce orientati alla cura della casa e per maschietti veicolati verso battaglie e avventure. E si procede con ogni sorta di rituale sociale, che assegna a ciascuno una casellina, un posto ben preciso da occupare. La regista non pretende di conoscere le risposte, ma vorrebbe condividere le proprie domande ed innescare un dibattito maturo sull’uguaglianza di genere, tema oggi più che mai attuale.

“Normal”: il doc sui pregiudizi di genere

La modalità di racconto che ha scelto esula dai canoni classici del documentario, con interviste e commenti degli esperti. È solo una coincidenza?
No, è stata una scelta ben precisa, non volevo essere convenzionale ma riprodurre il movimento del pensiero con la musica, procedendo per associazioni e per immagini, senza una narrazione lineare con un solo protagonista. Preferisco pensare a Normal come ad un mosaico scomposto, idiosincratico e personale che cerca di raccontare l’ordinario in modo sovversivo.
Da quali spunti è partita?
Da Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini, che mi ha ispirato anche nell’approccio al materiale. Tutto è nato da una serie di viaggi in giro per l’Italia con Bla Bla Car, ho scelto proprio di condividere un percorso fisico con sconosciuti che ho poi filmato e registrato. Queste conversazioni lunghissime ci hanno messo in gioco e ci hanno permesso di puntare sulle dinamiche di genere e su come ci influenzano.
Crede che le “quote rosa” avvicinino l’uguaglianza?
Non sono in disaccordo ma possono diventare un’arma a doppio taglio, ti ritrovi come una bandierina, accusata quasi di non esserti guadagnata quel posto, risultando quindi controproducente, anche se il 50 e 50 accelera il cambiamento più di un’evoluzione culturale.
Ha trovato delle risposte in questo viaggio?
Ho voluto che fosse un film volutamente aperto, che potesse viaggiare oltre i confini nazionali, partendo da associazioni personali e da norme sociali, anche se poi le convenzioni sono universali. Il film invita a porsi delle domande e non vuole dare delle risposte.

Come ha scelto i luoghi?
A volte sono stati frutto del caso e dell’istinto, non ho seguito un metodo rigido, ma ho ripescato scene dall’infanzia e dall’adolescenza fino ad arrivare all’età adulta con rituali come il matrimonio. Per le fabbriche di giocattoli sono riuscita a trovare una delle poche con sede in Italia, Unogiochi, che si occupa proprio di riprodurre in miniatura gli strumenti dei grandi, dal ferro da stiro alle tazzine.
Il suo esordio?
Lo considero un po’ un caso. Ho studiato indologia a lingue orientali ma mi sono sempre occupata di questioni di genere e di lotte LGBT, così mi sono interessata ai movimenti gay in India, dove l’omosessualità era illegale fino al 2009. Ho vissuto un anno a Bombay dove ho ambientato il mio primo lavoro, 365 without 377, proprio perché quella fu una sentenza storica e si respirava nell’aria una grande energia. I protagonisti sono tre miei amici del movimento e la loro storia mi ha permesso di vincere il Festival LGBT di Torino, grazie anche a Ivan Cotroneo che ha deciso di produrlo.

Cosa ne pensa del disegno di legge Pillon?
Quando ho iniziato la mia ricerca c’erano movimenti genderfobici che iniziavano a prendere piede, pur non rimanendo predominanti ma ora non sono più una frangia minoritaria, sono finiti in Parlamento ed è inquietante.
Le piacerebbe cimentarsi in tv?
Mai dire mai, per ora non ci ho mai pensato, d’altronde questo è il mio terzo lavoro. Comunque il documentario non è il parente povero del cinema, basti pensare a talenti come Rosi e Minervini, autori grandissimi. Per me non si tratta solo del linguaggio del reale, perché ogni volta che si usa una telecamera s’implicano una rappresentazione e una finzione. Il film racconta sempre qualcosa, la realtà no.
Cosa intende lei per normalità?
Questo non è un film pedagogico ma riflette sul tema, con un finale da cortocircuito. Cosa sono i processi di assimilazione della norma? E come metabolizziamo il nostro desiderio di normalità? Le contraddizioni ci sono e sono tante, io cerco solo di raccontarle in modo creativo, affrontando il quotidiano da punti di vista spiazzanti, senza offrire una voce narrante che analizza e guida. Preferisco un approccio simbolico… e poetico.